
Prefazione e introduzione al libro

Nella prima collina di Torino, poco sopra la chiesa della Gran Madre e con vista su tutta la città, esisteva un luogo che per molti è stato magico. Il cancello e la salita in corrispondenza di corso Giovanni Lanza 3 portavano all’edificio che ha ospitato per più di cinquant’anni il pensionato universitario Villa San Giuseppe. Dal 1965 al 2020 la “Villa” è stata la casa di migliaia di ragazzi, tutti studenti universitari, tutti accomunati dagli stessi ideali di crescita e di condivisione.
Nell’estate del 2020 le vicende della vita hanno portato alla fine della storia di questo edificio, testimone di sogni, lacrime, speranze e gioie di generazioni di ragazzi. Ma solo dei muri.
Oggi i “Villici” sono un popolo di uomini e donne di età anagrafica compresa tra i venti e gli ottant’anni, ma quando si ritrovano a Torino o in giro per l’Italia, tornano all’im-provviso gli stessi ragazzi che studiavano, creavano, organizzavano, discutevano, suonavano, gareggiavano, vivevano insieme. I Villici mantengono tra loro una complicità difficile da spiegare, un senso di appartenenza molto particolare costruito nei loro anni fondamentali, quelli delle grandi scoperte, del mondo che era lì davanti da conquistare, del tempo che volava mentre loro si buttavano a capofitto nella vita.
Oggi sono tutti d’accordo: negli innumerevoli incroci che ciascuno incontra sul proprio percorso, i Villici sono stati fortunati. I migliori anni sono stati quelli “della loro Villa”, il luogo speciale in cui entrarono ragazzi e uscirono uomini e donne.
In questo libro, attraverso ricordi, aneddoti, personaggi, si cerca di trasmettere a chi legge una vaga idea dell’eccezionale esperienza di Villa San Giuseppe.

Era la fine degli anni ’60 e mentre la società scopriva le rivolte studentesche, lui, da solo contro il mondo, iniziava il suo personale percorso di formazione umana.
Igino Trisoglio, classe 1926, da Lu Monferrato, Fratello delle Scuole Cristiane, decise di trasformare Villa San Giuseppe, un normale pensionato universitario, in un luogo speciale. Studiare con profitto era indispensabile per vivere in Villa, ma nemmeno lontanamente sufficiente: serviva molto di più: aderire a un progetto articolato, strutturato nei minimi dettagli, finalizzato alla crescita. Grande conoscitore delle logiche che animano i pensieri e le azioni di generazioni di giovani, l’obiettivo di Fratel Igino era quello di convogliare le loro energie per consentire a tutti di esprimere il proprio potenziale.
Allora scandì la vita della comunità attraverso regole dure per dei ventenni, distribuendo responsabilità, offrendo spunti, richiedendo partecipazione.
Un piano ambiziosissimo che si scontrava con la naturale tendenza dei giovani a seguire l’istinto e a trasgredire. Tenere a bada da soli ventiquattro ore su ventiquattro centoventi ragazzi e ragazze con in mente un obiettivo formativo era una missione impossibile per chiunque. Fratel Igino lo ha fatto per oltre mezzo secolo, lasciando la porta della sua stanza sempre aperta, giorno e notte, per un consiglio o un conforto. Lui sapeva quali erano gli effetti positivi che sarebbero derivati dal suo progetto. I ragazzi non completamente. Ma lo hanno capito, tutti, anni dopo.
Il sogno di quest’uomo unico, l’attualità della sua visione, la sua incrollabile dedizione, hanno toccato gli animi di chi ha vissuto in Villa.
Se hai un amico visitalo sovente, perché le spine e i rovi rendono impraticabile il sentiero in cui non passa nessuno.

Fratel Igino
Le esperienze da noi vissute in Villa durante quegli anni hanno ampliato le possibilità di diventare arbitri del nostro destino e per questo, a nome nostro e di tutte le generazioni di ragazzi arrivati in Villa in seguito, desideriamo esprimere all’incomparabile Fratel Igino Trisoglio il nostro più sentito ringraziamento.
